CASTELVETRANO, 25 OTTOBRE – Castelvetrano entra per la prima volta nel circuito regionale de ” Le Vie dei Tesori”, segnando un debutto storico per la valorizzazione del proprio patrimonio culturale. In occasione del celebre festival, la città ha aperto le porte del suo cuore antico per accogliere cittadini e visitatori in una passeggiata suggestiva tra vicoli, palazzi storici e piazze che profumano di leggenda e di un passato glorioso. L’itinerario, pensato per mettere in luce una ricchezza spesso nascosta, ha offerto un percorso d’eccezione capace di unire il fascino silenzioso dell’archeologia medievale e rinascimentale alla maestosità dell’architettura barocca.
Punto focale della manifestazione è stato il celebre *Sistema delle Piazze . Sotto lo sguardo fiero dei palazzi nobiliari, i visitatori hanno potuto ammirare uno dei gioielli più misteriosi della Castelvetrano sotterranea: la Necropoli normanno-sveva di Piazza Umberto I . Restituita alla fruizione pubblica dopo fondamentali interventi di ripristino e pulizia, la necropoli ha letteralmente incantato i presenti, grazie anche a una vera e propria lezione di storia all’aperto tenuta dagli esperti. A guidare il pubblico in questo affascinante viaggio ipogeo è stata l’architetto Giuseppina Pizzo, che ha offerto una dettagliata descrizione scientifica e urbanistica del sito.
L’architetto ha spiegato come l’attuale Piazza Umberto I, tra il XII e il XIII secolo, costituisse in realtà un’area periferica e di margine, situata al di fuori del primissimo nucleo fortificato medievale (il Castellum) e destinata a spazio sacro cimiteriale. La descrizione tecnica della dottoressa Pizzo ha messo in luce il rigoroso impianto delle sepolture: le tombe “a cassetta”, intagliate direttamente nel banco di roccia tufacea locale con tagli netti e un tempo sigillate da grandi lastre di pietra, mostrano una perfetta disposizione sull’asse Ovest-Est. I defunti erano infatti deposti con i piedi rivolti a oriente, verso il sole nascente, secondo i rigidi dettami della liturgia cristiana della risurrezione. L’intervento si è poi focalizzato sull’eccezionale statura dei resti ossei rinvenuti, appartenenti a individui maschi alti tra l’1,80 e quasi l’1,90 metri: un dettaglio che suggerisce la presenza di una guarnigione di soldati scelti o di cavalieri legati alle truppe dell’imperatore Federico II di Svevia.
Lasciata la suggestione della necropoli, il corteo di visitatori si è spostato di pochi metri verso un angolo della piazza per fare sosta dinanzi alla monumentale Fontana della Ninfa (nota storicamente anche come “Ninfuzza di li cannola”). A illustrare i segreti costruttivi, l’alto valore idraulico e l’impatto urbanistico di questo imponente monumento è stato l’architetto Angelo Centonze, esperto per la cura del territorio, l’arredo e il decoro urbano.
Il dottor Centonze ha guidato i presenti nella decodifica visiva dello storico capolavoro edificato nel 1615. La monumentale macchina d’acqua fu progettata dal napoletano Orazio Nigrone per celebrare l’arrivo dell’acqua corrente in città dalle sorgenti di Bigini. Con i suoi 10 metri d’altezza e la suddivisione geometrica in quattro ordini di vasche sovrapposte, la fontana rappresenta uno dei massimi esempi di architettura idraulica secentesca della zona. L’esperto ha focalizzato l’attenzione del pubblico sulla nicchia superiore a conchiglia che custodisce la ninfa marmorea intenta a sorreggere una cornucopia e una brocca (emblemi storici di abbondanza), nonché sulla sommità recante il fregio a volute con lo stemma di Castelvetrano e il celebre motto “Palmosa Civitas”.
La passeggiata ha poi raggiunto il suo culmine architettonico spostandosi verso la monumentale facciata di Palazzo Pignatelli. Ad accogliere i visitatori per svelare l’intricata matassa di pietra di questo imponente complesso è stato l’architetto Giuseppe Salluzzo, che ha magistralmente illustrato la metamorfosi dell’edificio da fortezza medievale a reggia barocca. Salluzzo ha spiegato che il palazzo sorge in realtà sui resti di un preesistente castello del XIII secolo, di cui sono ancora orgogliosamente visibili una torre ottagonale angolare e una torre ottagonale mediana. Nel corso dei secoli, sotto il dominio dei Principi Tagliavia-Aragona-Pignatelli, la struttura ha subito continui rimaneggiamenti, trasformando il volto difensivo originario nell’odierna e sfarzosa residenza principesca.
L’architetto Salluzzo si è poi ampiamente soffermato sul tesoro più prezioso custodito al primo piano della struttura: la Collegiata dei Santi Pietro e Paolo. Fondata nel 1653 per volere del principe don Diego Aragona e della figlia Giovanna, Salluzzo ha rimarcato come questa chiesa rappresenti – insieme alla celebre Cappella Palatina di Palermo – l’unico e rarissimo esempio in tutta la Sicilia di edificio sacro che insiste interamente su un piano superiore. Il pubblico è rimasto incantato di fronte alla descrizione dei pregevoli stucchi barocchi di scuola serpottiana e del celebre “occhio di luce”, la caratteristica apertura da cui i raggi solari filtrano per inondare scenograficamente l’aula liturgica.
L’itinerario è poi approdato sul piazzale Carlo d’Aragona, dinanzi alla maestosa Chiesa Madre ( Duomo di Maria Santissima Assunta ), dove l’entusiasmo della cultura ha incontrato le nuove generazioni. Ad attendere i visitatori sono stati infatti i ragazzi del Liceo Classico “Giovanni Pantaleo” di Castelvetrano che, nelle vesti di appassionati ed eccellenti “Ciceroni”, hanno guidato il pubblico alla scoperta dell’edificio simbolo della comunità. I giovani studenti hanno svelato la gloriosa storia del Duomo e i tesori artistici custoditi sia all’esterno che all’interno delle navate. Hanno spiegato che l’edificio nacque formalmente tra il 1520 e il 1560 per volontà e mecenatismo di Giovan Vincenzo Tagliavia, primo conte di Castelvetrano, unificando tre luoghi di culto preesistenti.
I Ciceroni hanno evidenziato lo splendido portale cinquecentesco rivestito di arabeschi medievaleggianti. All’interno, lo sguardo dei presenti è stato indirizzato verso lo straordinario tetto a capriate lignee dipinte (1564-1570) e la zona absidale, arricchita dagli stucchi di Gaspare Serpotta (1667), di Vincenzo Messina (inizio XVIII secolo) e dalla grande tela dell’Assunta di Orazio Ferraro (1619).
Successivamente, le giovani guide hanno condotto il pubblico in un emozionante percorso sotterraneo, scendendo le scale che portano dritte nel misterioso sottosuolo della Madrice. Qui si sviluppano le antiche cripte, caratterizzate da una solida pianta rettangolare sormontata da suggestive coperture a botte. La visita ha permesso di esplorare due ambienti distinti: la Cripta del Clero e la simmetrica Cripta della Compagnia del Santissimo Sacramento. Proprio all’interno della Cripta del Sacramento, i visitatori hanno potuto osservare da vicino la struttura dei colatoi, con gli stalli in gesso utilizzati per l’essiccamento dei cadaveri. Le salme venivano originariamente disposte in posizione supina e collocate su appositi sostegni orizzontali per completare il processo di mummificazione naturale; molte di queste postazioni liturgiche e sepolcrali erano storicamente orientate verso l’altare della cripta stessa, a testimonianza di una profonda devozione che univa il passaggio della morte alla speranza della resurrezione.
Anche la Cripta del Clero è un ambiente sotterraneo scavato nella roccia, coperto da una volta a botte e destinato esclusivamente alla sepoltura dei sacerdoti. Lungo le pareti si trovano file di sedili-colatoi con un foro centrale, utilizzati per far defluire i liquidi corporei dei defunti durante la mummificazione. Una volta completato il processo di essiccamento, le ossa venivano riposte in un ossario comune, mentre i teschi venivano posizionati all’interno di apposite nicchie; ogni postazione conserva ancora una targhetta in terracotta con inciso il nome del rispettivo prelato.
Finita l’esplorazione sotterranea, il viaggio con i giovani Ciceroni prosegue e dalla Chiesa Madre ci si avvia verso la monumentale Chiesa del Purgatorio (edificata tra il 1642 e il 1644), splendido esempio di barocco locale. I ragazzi del Liceo “Giovanni Pantaleo” hanno incantato l’uditorio offrendo una descrizione precisa e dettagliata del monumento, descrivendone i simboli sia all’esterno che all’interno. Gli studenti hanno decodificato la facciata tardo-manierista, descrivendone la rigida divisione in due ordini sovrapponibili, scanditi da imponenti paraste e raccordati da grandi volute laterali. Inoltre, hanno catturato l’interesse della platea svelando i soggetti delle profonde nicchie monumentali incorniciate: le splendide sculture lapidee di San Sebastiano e di San Filippo Neri, caratterizzate da panneggi vibranti e pose plastiche, affiancate dalle rappresentazioni delle Anime Purganti in preghiera tra le fiamme, simboli vividi della transitorietà della vita terrena e della purificazione. Sulla parte superiore del cornicione si trovano i resti di un gruppo scultoreo raffigurante degli angeli intenti a reggere una croce, parzialmente danneggiato dal terremoto del Belice del 1968.
Accompagnati dai ragazzi all’interno della grande aula a navata unica, i visitatori si sono ritrovati immersi in una grandiosa scenografia sacra controriformista. I liceali hanno dettagliato le pareti interamente rivestite da un ricchissimo apparato in stucco di chiara influenza serpottiana, dove maestosi capitelli corinzi dorati incorniciano medaglioni, festoni di frutta e una folla di putti in altorilievo. La spiegazione si è infine concentrata sugli altari laterali arricchiti da colonne tortili e pregevoli pale d’altare dedicate alle anime purganti, per poi concludersi nel presbiterio, dove i giochi di luce naturale esaltavano il candore delle sculture e la pala d’altare maggiore, creando un senso di autentica ascensione spirituale.
Posto significativamente a fianco della Chiesa del Purgatorio, sullo storico impianto di Piazzale Carlo d’Aragona, sorge il sontuoso Teatro Selinus. Come riferisce l’architetto Salluzzo, il monumento fu progettato alla fine del XIX secolo dall’architetto palermitano Giuseppe Patricolo e inaugurato nel 1908. L’edificio sorge esattamente sull’area di una modesta e antica locanda che, nella notte del 21 aprile 1787, ospitò il celebre poeta tedesco Wolfgang Goethe nel suo viaggio in Sicilia. Lo studioso ha evidenziato la meravigliosa facciata neoclassica: un sontuoso pronao tetrastilo caratterizzato da quattro imponenti colonne doriche in pietra calcarea, sormontate da un fregio a triglifi e da un timpano triangolare che imita in tutto e per tutto la divina maestosità dei templi dell’antica Selinunte. All’interno del pronao si trova il gruppo marmoreo restaurato della “Bambocciata” dello scultore Mario Rutelli, raffigurante quattro putti giocosi, affiancato dalle storiche lapidi commemorative.
Varcata la soglia dei tre grandi portoni, ci si trova nell’elegante sala teatrale all’italiana a ferro di cavallo, estesa su una platea servita da ampi corridoi di disimpegno, coronata ordinatamente da 29 palchi divisi su due ordini e sormontati da un loggione a gradinate. Il Palco Reale centrale è arricchito da due splendide sculture muliebri (Cariatidi) scolpite in pietra di Billiemi dal trapanese Leonardo Croce. Il sipario del Teatro Selinus è una tela monumentale completata nel 1910 da Gennaro Pardo, che raffigura “l’Apoteosi di Empedocle tra i Selinuntini”.
Il percorso ha poi abbandonato l’asse principale delle piazze principali per imboccare via Giuseppe Garibaldi, giungendo dinanzi alla suggestiva facciata della Chiesa di San Giacomo , nota a tutta la cittadinanza come la “Badiella”. All’interno della navata, l’esperto Pietro Di Gregorio si è soffermato sul gioiello custodito sull’altare maggiore: la splendida tela raffigurante la Madonna del Carmelo, pregevole attributione alla celebre scuola del maestro barocco Vito D’Anna, mettendone in evidenza la sapiente stesura cromatica e l’equilibrio della composizione.
Proseguendo si giunge alla Chiesa di San Domenico , definita per lo sfarzo dei suoi interni come la “Piccola Sistina del Sud”. Ad accogliere il pubblico, in una sinergia perfetta di divulgazione, sono stati i volontari locali insieme all’architetto Giuseppe Salluzzo, che ha magistralmente curato la profonda e analitica descrizione architettonica, storica e teologica del monumento, edificato a partire dal 1470 per volere dei Tagliavia como mausoleo di famiglia. L’architetto Salluzzo e i collaboratori hanno illustrato lo straordinario impianto decorativo in stucco realizzato a partire dal 1574 da Antonino Ferraro da Giuliana. Il fulcro è rappresentato dal grandioso apparato dell’Albero di Jesse, una monumentale genealogia della Vergine Maria popolata da decine di figure a tutto tondo che emergono tridimensionalmente dalle pareti tra rami e foglie, trasformando l’aula liturgica in un capolavoro di impareggiabile pregio.
L’intensissima passeggiata domenicale ha trovato la sua perfetta, emozionante e naturale conclusione spostandosi dall’aula liturgica all’adiacente e altrettanto monumentale Convento di San Domenico. Questo luogo, carico di secoli di storia monastica, rappresenta oggi il cuore pulsante del futuro culturale della comunità, essendo la storica sede del Liceo Classico “Giovanni Pantaleo”. Proprio per via di questo profondo legame affettivo e identitario, a fare da guide d’eccezione all’interno dei locali dell’istituto sono stati gli stessi giovani studenti del Liceo Classico, trasformatisi in straordinari Ciceroni tra gli spazi in cui vivono la loro quotidianità scolastica. I ragazzi hanno saputo regalare un vero e proprio percorso d’autore, svelando scorci monumentali nascosti e di rara suggestione visiva.
Dopo aver accolto il pubblico nell’ampio chiostro quadrangolare, gli studenti lo hanno invitato con grande orgoglio a percorrere la monumentale scalinata in pietra che conduce al primo piano del complesso: un’opera architettonica di solida eleganza barocca, percorsa ogni mattina per raggiungere le aule. Qui, ad attendere il folto gruppo di visitatori, c’era una coppia di studenti in costume d’epoca che lo ha guidato fino all’interno della storica biblioteca del Liceo Classico, posta al piano superiore.
Tra antichi scaffali che profumano di carta e di sapere umanistico, i Ciceroni del Pantaleo hanno svelato una gemma architettonica sconosciuta ai più: una suggestiva finestra interna che si affaccia direttamente dentro la Chiesa di San Domenico. Sporgendosi da questa piccola apertura segreta, i visitatori hanno potuto godere di una prospettiva aerea e ravvicinata mozzafiato sull’incredibile ordito di stucchi manieristi del Ferraro, osservando dall’alto l’aula sacra in tutta la sua eccezionale e teatrale bellezza. A sorpresa, la coppia in costume ha poi messo in scena una breve rappresentazione in lingua siciliana. Nel congedarsi, i giovani studenti hanno raccolto il definitivo, lunghissimo e scrosciante applauso dei presenti, suggellando una giornata in cui la gioventù di Castelvetrano si è fatta custode e fiera narratrice delle radici più profonde della propria città.
La passeggiata di questo 25 ottobre ha dimostrato, ancora una volta, quanto il territorio sia uno scrigno di bellezze immortali. Dalle preziose spiegazioni storico-architettoniche dei professionisti tra le piazze di Castelvetrano fino alla freschezza degli studenti del Liceo Pantaleo, passando per l’encomiabile passione dei volontari e degli studiosi tra le decorazioni uniche di San Domenico e le storiche mura del Convento, ogni singola tappa del circuito ha registrato un’affluenza memorabile. Iniziative come Le Vie dei Tesori, arricchite dal contributo, dalla passione e dal rigore scientifico di esperti come Giuseppina Pizzo, Angelo Centonze, Giuseppe Salluzzo e Pietro Di Gregorio, si confermano bussole fondamentali per il turismo culturale dell’isola, capaci di trasformare una domenica di ottobre in un’esperienza collettiva di meraviglia, orgoglio e riscoperta della propria identità.
Giovanna La Rosa

















