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Le Vie dei Tesori apre le porte di Casa Museo Errante Parrino: un viaggio nella storia e nella memoria dell’Ottocento siciliano

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Nel cuore pulsante del centro storico di Castelvetrano, dove le pietre dei selciati raccontano storie di antica devozione e lungimirante imprenditoria, esiste un luogo segreto in cui le lancette della storia sembrano essersi fermate a un eterno e romantico Ottocento. Nel fitto e vivace tessuto urbano che storicamente si divide in quattro quartieri – tra la laboriosa quotidianità di San Giovanni e le suggestive atmosfere medievali e rinascimentali di San Giacomo e San Niccolò – è lo storico rione di Sant’Antonio a custodire gelosamente un piccolo gioiello di memoria familiare e collettiva. Proprio a pochi passi dall’omonima ed elegante chiesa settecentesca, sorge il Palazzo Errante Parrino, una straordinaria dimora che apre le sue porte al pubblico in occasione del rinomato festival Le Vie dei Tesori, svelandosi come uno dei debutti più attesi ed emozionanti del circuito culturale siciliano.

Costruito nella prima metà dell’Ottocento, il palazzo non è un semplice contenitore di antichità, ma un ponte tangibile e pulsante tra il passato e il presente. Cinque generazioni si sono passate il testimone custodendone intatta la struttura, le atmosfere e i piccoli segreti quotidiani. Oggi l’eredità è interamente affidata alle mani e alla passione di Antonio Errante Parrino, custode devoto e memoria storica della casata. Con un amore immenso e una rara sensibilità, Antonio ha curato personalmente ogni angolo del palazzo per renderlo interamente fruibile al pubblico, mosso dalla ferma volontà di aprire le porte alla cittadinanza tutta, sia a quella locale che a quella internazionale. Questo spirito di condivisione culturale ha già radici solide: nel passato, infatti, il proprietario ha aperto le porte della dimora a raffinatissimi salotti letterari e alle suggestive tappe del “Gattopardo itinerante”, richiamando nel centro storico attori di rilievo provenienti da Modica, del calibro di Carmelo Gugliotta e Vania Orecchio.

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Scegliendo di mantenere e restaurare al minimo la struttura, il suo obiettivo – perseguito con rigorosa fedeltà storica – è stato quello di lasciare ogni dettaglio esattamente in originale, preservando la preziosa patina del tempo, l’autenticità dei materiali e la disposizione storica degli spazi. Grazie a questo restauro conservativo e discreto, Antonio fa rivivere ogni giorno l’universo culturale del bisnonno Francesco, capostipite e mente visionaria della famiglia, ereditato attraverso la linea di suo padre Onorino. Il bisnonno Francesco era una figura poliedrica e carismatica, emblematica della fioritura imprenditoriale dell’Ottocento siciliano. Uomo di mare e di terra, univa un’anima marittima a una profonda vocazione agricola: era infatti uno stimato armatore navale, proprietario di ben tre navi che solcavano le rotte commerciali, ma al contempo un grande proprietario terriero. Il legame con le ricchezze dell’entroterra era rappresentato dalle sue vaste tenute, dominate da rigogliosi vigneti e uliveti secolari, che lo resero uno dei più importanti ed attivi commercianti d’olio della zona. Al suo fianco, a gestire con saggezza la vita familiare, c’era la moglie Filippa Sciabica, una donna castelvetranese fiera e concreta, vero pilastro della casa. Dalla loro unione nacque una famiglia numerosa composta da cinque figli: due maschi e tre femmine. La serenità della casa venne però sconvolta da un lutto improvviso e straziante: uno dei due figli maschi, il giovane Salvatore, morì prematuramente a soli 17 anni a causa di una fulminante polmonite. Una tragedia che gettò i genitori nel più profondo e inconsolabile sconforto, lasciando una ferita invisibile ma indelebile tra le mura del palazzo. L’altro figlio maschio rimasto portò avanti con orgoglio e determinazione il nome, i commerci e la complessa eredità della casata.

La storia del palazzo si arricchisce di sfumature romanzesche ed emotive con la generazione successiva. Fu infatti Giuseppe, l’altro figlio maschio del bisnonno Francesco e nonno di Antonio, a legare indissolubilmente il destino della famiglia alla Sardegna. Durante uno dei suoi tanti viaggi commerciali e marittimi sull’isola vicina, Giuseppe conobbe una raffinata nobildonna sarda di nome Candida. Fu un colpo di fulmine: i due si sposarono e Giuseppe la condusse con sé nella fastosa dimora di Castelvetrano. L’impatto con la nuova realtà siciliana, tuttavia, fu traumatico per la giovane sposa. Sradicata dal suo mondo, Donna Candida non riusciva ad ambientarsi; si sentiva rifiutata, profondamente distante e incapace di decifrare la mentalità e i codici sociali della gente del luogo. Sopraffatta da una solitudine insostenibile e dalla nostalgia di casa, la donna prese una decisione drastica: fuggì da Castelvetrano e fece ritorno nella sua terra natale, in Sardegna. Giuseppe, perdutamente innamorato e non disposto a perderla, non esitò a mettersi in viaggio per andarla a riprendere. Fu allora, per salvare il loro matrimonio, che l’uomo propose un generoso e saggio patto d’amore basato sul rispetto della libertà e delle origini di Candida. Da questa unione, solida e riconquistata, nacquero cinque figli: Francesco, Onorino (padre dell’attuale proprietario Antonio), Filippa, Speranza e Gianvito. I bambini crebbero respirando l’incontro di due culture, in un’infanzia che avrebbe ridefinito i ritmi della famiglia per gli anni a venire.

Il patto d’amore tra i nonni stabiliva che la vita della coppia e dei figli sarebbe stata divisa rigorosamente in due. Durante i rigidi mesi invernali, Donna Candida aveva il diritto di rientrare in Sardegna per ritrovare i suoi affetti. Trascorreva così l’inverno a Sant’Antioco, la suggestiva cittadina costiera nel sud-ovest dell’isola, protetta dal calore della sua famiglia d’origine. Con l’arrivo della bella stagione e dei mesi estivi, Candida e la famiglia tornavano in Sicilia, ma per sfuggire ai formalismi soffocanti del palazzo di città che tanto l’avevano ferita, tutti si trasferivano immediatamente nella grande proprietà di campagna a Strasatti, nel fertile territorio del trapanese noto per le sue ricche coltivazioni e per il profumo della terra arsa dal sole. Immersa nella natura rigogliosa e aperta di Strasatti, la nobildonna trovò finalmente la sua vera dimensione e la felicità. Candida amava immensamente la vita all’aria aperta e scelse di trascorrere le sue giornate a stretto contatto con i contadini del luogo. In quella laboriosa operosità agricola scoprì una parlata e un’accoglienza fatte di gente genuina, semplice e festosa, le cui fatiche quotidiane erano accompagnate dai canti tradizionali della terra e dal ritmo sereno della natura. Purtroppo, questa splendida casa di campagna andò perduta nel secondo dopoguerra, rendendo i ricordi di quelle estati felici, vissute insieme ai figli Francesco, Onorino, Filippa, Speranza e Gianvito, ancora più preziosi e rari. Questo connubio unico tra il rispetto per le radici sarde e l’autenticità del mondo contadino di Strasatti ha impresso un’impronta preziosa nella memoria della casata Errante Parrino.

Oggi, la Casa Museo Errante Parrino si svela agli occhi dei visitatori come un vero e proprio tesoro architettonico e collezionistico. L’esperienza emotiva e sensoriale inizia sin dal primo istante: varcando il grande portone d’ingresso, ci si trova davanti a una prima, grandiosa stanza dominata al centro da un imponente tavolo d’epoca. Alle pareti, l’attenzione del visitatore viene catturata da diversi quadri monumentali raffiguranti scene naturali di rara bellezza, dove spiccano maestosi cavalli che trottano fieri, introducendo subito chi entra in un microcosmo d’arte profondamente legato alla vitalità della natura. Subito dopo questa monumentale stanza d’ingresso, il percorso si snoda attraverso un elemento architettonico di grande pregio: una magnifica scala in pietra trapanese, impreziosita da una raffinata inferriata in ferro battuto lavorata artigianalmente. Ogni passo lungo la scalinata è un invito a scoprire piccoli frammenti di storia domestica. Giunti al primo pianerottolo, si trova un antico braciere in ottone, un tempo cuore caloroso della casa e oggi poeticamente riutilizzato come elegante porta piante. Continuando a salire verso il secondo pianerottolo, proprio nei due gradini successivi, lo sguardo viene catturato da una splendida statua raffigurante un putto alato, simbolo universale di un amore eterno e indissolubile – lo stesso che legò Giuseppe a Candida – in un mondo attuale in cui purtroppo sentimenti così puri scarseggiano. Alla fine della rampa, il percorso giunge su un ampio pianerottolo rettangolare dal quale si aprono due ingressi distinti, vie d’accesso al piano nobile. In questo spazio di snodo si erge una maestosa specchiera, sul ripiano in marmo trova posto un antico orologio dorato racchiuso all’interno di una campana di vetro. Le sue lancette immobili sembrano lanciare un messaggio silenzioso e potente a chiunque oltrepassi la soglia: qui il tempo si è fermato, sigillato sotto il cristallo per proteggere intatte le splendide memorie dorate della casa.

L’intero percorso all’interno dei dodici ambienti del piano nobile è unificato da un dettaglio d’arredo sfarzoso ed esotico: tutte le stanze, infatti, sono arricchite e riscaldate dalla presenza di splendidi tappeti persiani distesi sui pavimenti, capaci di donare un senso di regale continuità a ogni ambiente. Varcando uno dei due ingressi del pianerottolo rettangolare, si accede ufficialmente alla seconda stanza del piano nobile, un salotto dall’atmosfera intima e sospesa che dà il via alla spettacolare successione degli ambienti. Lo spazio qui è arredato con maestosi mobili storici realizzati dal celebre ebanista Pisani, valorizzati dalle linee sinuose delle sedie d’autore disegnate dall’architetto Ernesto Basile. Proprio su queste sedute Liberty sono delicatamente appoggiati due preziosi corredi di battesimo d’epoca: piccoli capolavori di artigianato domestico composti da vestitini in raffinato lino finemente ricamati a punto erba e graziose cuffiette coordinate. Questi abiti sacri custodiscono un valore inestimabile: sono stati infatti indossati, generazione dopo generazione, da tutti i membri della famiglia, rappresentando un filo invisibile che unisce indissolubilmente la storia della casata. Questo salotto si rivela anche come un prezioso custode della memoria scritta. All’interno dei cassetti del monumentale mobile storico del Pisani è conservato un vero e proprio tesoro documentario: un archivio segreto che custodisce manoscritti d’epoca, antichi testamenti privati e carteggi vari del tempo. Documenti rari che permettono di rileggere, attraverso inchiostri ingialliti e grafie d’altri tempi, le vicende legali, i pensieri e gli accordi quotidiani che hanno scandito i passaggi generazionali della dinastia. Alzando lo sguardo verso le pareti di questo salotto, l’emozione si fa ancora più profonda. Accanto ai solenni quadri che ritraggono il bisnonno Francesco e il giovane Salvatore, si trova esposta una collezione di straordinaria raffinatezza: una serie di preziosi ventagli d’epoca ricamati e rifiniti in splendida madreperla. Tra questi, spiccano dettagli che rivelano l’ingegno civettuolo dell’epoca, come un ventaglio dotato di un piccolo specchietto segreto, geniale stratagemma che permetteva alle dame di osservare con assoluta discrezione la gente che stava alle loro spalle. Accanto ai pezzi da adulta, la collezione include anche un delizioso ventaglio in miniatura per bambine, una riproduzione in scala ridotta fedelmente identica a quella dei grandi, a testimonianza di come l’eleganza fosse un valore tramandato fin dall’infanzia.

Sul lato sinistro di questo salotto, un’ ampia porta schiude l’accesso all’incantevole camera da letto del palazzo, un ambiente intimo in cui l’eleganza sposa i ricordi di famiglia. Il fulcro della stanza è costituito da un monumentale letto in ghisa sormontato da un sontuoso baldacchino in tessuto blu intenso, una raffinata scelta cromatica che richiama perfettamente i riflessi del mare e le preziose tende che incorniciano le finestre dell’ambiente. Ad arricchire la stanza si trova un grande cassettone d’epoca e, adagiate con cura su due poltrone poste ai piedi del letto, si svelano due splendide camicie da notte storiche ricamate a mano, generosamente donate alla casa-museo dalla signora Rosalba D’Arienzo. Sulla parete della stanza, un’antica acquasantiera appesa al muro testimonia la sacralità quotidiana di questo rifugio privatissimo. Continuando l’affascinante percorso lungo l’infilata prospettica del piano nobile, ci si imbatte nella splendida Stanza della Musica. L’ambiente conserva intatto un elegante salotto in perfetto stile d’epoca, incorniciato da pareti riccamente adorne di quadri vari, capaci di riempire gli occhi del visitatore di colori e suggestioni d’altri tempi. Il vero e indiscusso protagonista di questo spazio si trova addossato a una delle pareti: si tratta di uno storico pianoforte verticale firmato dalla prestigiosa marca Schulze Pollmann, un pezzo di grandissimo valore che risale esattamente ai primi del Novecento. Questo nobile strumento veniva suonato con grazia e passione dalla zia Filippa, riempiendo le stanze di melodie che, ancora oggi, sembrano aleggiare nell’aria come una dolce eco del passato. Anche qui, appesa alla parete, troviamo un’ulteriore e raffinata acquasantiera, a significare come la dimensione artistica e quella spirituale dialogassero costantemente in ogni ala del palazzo. Subito dopo la sala musicale, l’infilata prospettica conduce i visitatori in un luogo di profonda quiete e intimo raccoglimento: la Stanza dell’Altare di famiglia. Questo spazio sacro, cuore della spiritualità domestica della casata, ospita un prezioso altare privato dominato da un quadro di grande intensità emotiva raffigurante la Madonna col Bambino. Sull’altare spiccano inoltre due croci storiche, mentre poggiato delicatamente su una sedia vicina si trova un antico e vissuto libricino di preghiere, le cui pagine consumate dal tempo raccontano generazioni di devozione silenziosa. L’ambiente custodisce anche un frammento indimenticabile di vita vissuta: in un angolo di questa stanza, avvolto da un’atmosfera quasi sospesa, è esposto un magnifico abito da sposa d’epoca, indossato dalla zia Speranza nel giorno delle sue nozze.

Proseguendo lungo la spettacolare successione di ben dieci salotti disposti in linea (en filade), si attraversano le stanze successive del piano nobile, concepite come veri e propri templi della cultura e del gusto borghese dell’epoca. In uno di questi salotti, l’attenzione viene rapita da una maestosa libreria d’epoca che custodisce una preziosa collezione di volumi rari e antichi, tra cui spicca la storica enciclopedia UTET. In una delle sale adiacenti, lo sguardo dei visitatori incrocia un busto a tutto tondo raffigurante un giovinetto, il cui volto mostra uno sguardo intensamente colmo di curiosità e slancio verso lo studio e la contemplazione delle cose belle. Le stanze sono impreziosite da una ricca quadreria. Questa straordinaria ricchezza ornamentale e collezionistica tocca il suo apice nella stanza del soggiorno. Alzando gli occhi si incontra un soffitto decorato da un magnifico affresco a motivi floreali, in cui trionfa una palette cromatica dominata dal verde, dal rosso e dal blu. Al centro della stanza, l’attenzione viene catturata da un grande tavolo d’onore sul quale è magnificamente esposto il tesoro più intimo della casata: accanto a delicate statuette in porcellana finissima, splendono i gioielli storici di famiglia, tra cui spiccano meravigliose parure complete realizzate in oro e autentico corallo. Sul medesimo tavolo è possibile ammirare una curiosa collezione di tazzine in miniatura, fedeli e millimetriche riproduzioni in scala ridotta di quelle originali a dimensione naturale. Accanto a esse trovano posto le posate antiche della famiglia, posate dorate accuratamente custodite all’interno delle loro custodie originali dell’epoca, che riproducono fedelmente le forme dei servizi storici d’uso quotidiano. A coronare magnificamente la stanza, appeso a una delle pareti, spicca lo splendido e affascinante dipinto di un giovinetto realizzato dal celebre pittore castelvetranese Gennaro Pardo: un’opera magnetica che, secondo la tradizione e i dettagli fisiognomici, si ipotizza possa essere un rarissimo e prezioso autoritratto giovanile dell’autore stesso. I pavimenti di tutto il piano nobile sono realizzati in cementite originale dell’Ottocento: ogni singola stanza presenta motivi floreali completamente diversi da quella precedente, creando un tappeto geometrico e variopinto che muta a ogni cambio di soglia.

La rassegna degli ambienti domestici riserva un’ultima, suggestiva sorpresa a ridosso dell’ala più operosa della casa. Proseguendo l’itinerario, si accede infatti a un accogliente soggiorno-cucina, uno spazio intermedio dominato da un grande tavolo centrale e arredato con funzionali e robusti mobili d’epoca. L’attenzione qui viene catturata da un reperto tecnologico di straordinaria rarità: uno storico telefono in legno con cornetta originaria appeso alla parete, un tempo modernissimo snodo delle comunicazioni commerciali della famiglia. Superata questa stanza, si varca la soglia della cucina vera e propria, un trionfo di muratura d’altri tempi che profuma di focolare e tradizioni contadine. Qui si svela l’antica cucina di una volta, caratterizzata dal tipico forno provvisto di uno sportello in ghisa progettato per accogliere la legna da ardere e, subito sotto, del piccolo sportello inferiore destinato alla raccolta delle ceneri. Alzando lo sguardo verso le caratteristiche mensole della cucina, si incontra una raffinata collezione di suppellettili storiche: eleganti oliere in ceramica locale interamente dipinte di un verde intenso – che rievocano visivamente l’oro liquido commerciato dal bisnonno Francesco – e una serie di piccole bilance a stadera in miniatura. Questi minuti strumenti, che riproducono tutto e per tutto, fedelmente e in scala realistica, la foggia delle grandi stadere dei magazzini agricoli, venivano con ogni probabilità utilizzati in modo meticoloso per pesare con precisione le piccole cose e gli ingredienti più rari delle ricette di famiglia.

Quando l’ultima luce del tramonto attraversa i vetri alti di Palazzo Errante Parrino, i riflessi bordeaux e crema delle graniglie sembrano quasi accendersi, vibrando insieme all’oro dei coralli sul tavolo e alle note invisibili del vecchio pianoforte di zia Filippa. In quel preciso istante, l’illusione si compie: sotto la campana di vetro del tempo, la fuga romantica di Donna Candida, il focolare di Strasatti e le rotte transmarine del bisnonno Francesco smettono di essere inchiostro sbiadito nei testamenti del Pisani. Diventano polvere viva, un sussurro persistente tra i salotti che Antonio protegge con cura. Varcare questo portone con Le Vie dei Tesori non significa semplicemente osservare una collezione di oggetti rari; significa accettare l’invito a spiare dietro lo specchietto segreto di un ventaglio, per scoprire che la grande Storia, quella con la S maiuscola, non si è mai mossa da queste stanze. È rimasta qui, seduta in silenzio su una sedia del Basile, in attesa di qualcuno che avesse ancora voglia di ascoltarla.

Quindi, visitare questa dimora oggi, grazie al circuito e alla lungimiranza de Le Vie dei Tesori, significa compiere un viaggio sensoriale, intellettuale ed emozionale unico: un cammino che, partendo dalle onde del Mediterraneo e dal commercio dell’olio, attraversa i patti d’amore, le note dei primi del Novecento, i riflessi del corallo, le bilance della cucina e lo sguardo intimo impresso sulle tele del Pardo, per mantenere intatto, ieri come oggi, l’irresistibile e intimo fascino del tempo che fu.

Giovanna La Rosa

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