CASTELVETRANO – Le Vie dei Tesori offre l’imperdibile opportunità di immergersi nel fascino della chiesa della Santissima Trinità, affettuosamente nota come la “Cuba di Delia”. Immerso nel silenzio della campagna siciliana, a breve distanza dal centro abitato, questo straordinario monumento custodisce la memoria ottocentesca e novecentesca della famiglia Saporito Ricca. Acquistato nell’Ottocento dalla potente famiglia Saporito, l’edificio è legato a figure che segnarono la storia della città, come il capostipite Salvatore, artefice della fortuna terriera, e Giuseppe, sindaco e promotore dello sviluppo industriale e del Teatro Selinus. Fu il restauro del 1880, affidato all’architetto palermitano Giuseppe Patricolo, a trasformare definitivamente la chiesa nell’ esclusivo mausoleo privato della casata.
Dal punto di vista architettonico, la Chiesa della Santissima Trinità di Delia è un vero gioiello. Fondata nella prima metà del XII secolo in epoca normanna, presenta una struttura architettonica straordinaria, frutto dell’incontro tra influenze normanne e bizantine. L’edificio interamente costruita con conci di tufo calcareo locale perfettamente squadrati, posati su sottili letti di malta lasciata a vista. All’interno il piano calpestio conserva un austero e geometrico pavimento in mattoni di cotto rossastro, restaurato rispettando i materiali originari dell’epoca medievale.
L’edificio si sviluppa su una pianta a croce greca inscritta in un quadrato perfetto. Il prospetto orientale è caratterizzato da tre absidi semicircolari notevolmente pronunciate, che donano un movimento armonioso e plastico all’intera facciata esterna. Nella tradizione bizantina, questa tripartizione rispondeva a precise funzioni liturgiche collegate al mistero della Trinità. L’abside centrale, il bema, è la più grande: ospita l’altare principale ed è riservato al sacerdote per la celebrazione eucaristica. L’abside sinistra (la Prothesis), è destinato alla preparazione del pane e del vino prima della messa. L’ abside destra (Il Diakonikon), è utilizzato come sagrestia minore o tesoro per custodire i paramenti sacri e i libri dei Vangeli. L’ elemento dominante della struttura è la caratteristica cupola rossa a sesto rialzato, tipica dello stile islamico e sormontata da una croce bizantina.
La cupola poggia su un alto tamburo a pianta quadrata, che si trasforma superiormente in un cilindro, alleggerito da quattro finestre ogivali protette da transenne in marmo traforato, ispirate alle mashrabiyya della tradizione araba. Queste grate filtrano la luce del sole, generando una penombra mistica all’interno dell’aula liturgica in perfetto accordo con le esigenze del rito greco antico. Il nucleo centrale e la cupola sono sorretti da quattro grandi archi a sesto acuto, che si innestano su quattro antiche colonne monolitiche di spoglio, recuperate da monumenti di epoca classica: due colonne in pregiato granito rosso e due in marmo cipollino, sormontate da eleganti capitelli corinzi, riccamente decorati con motivi a foglie d’acanto. La presenza delle tre porte ogivali d’accesso rispondeva alle rigide disposizioni liturgiche bizantine sulla separazione dei generi. In base alle consuetudini del rito, gli uomini entravano dalle porte per occupare le corrispondenti navate esterne, mentre la grande porta centrale era destinata alle donne, che prendevano posto nella navata principale all’interno di uno spazio delimitato da transenne e cancellate lignee.
All’interno della Cuba, troviamo tre imponenti sarcofagi monumentali appartenenti ai membri della famiglia. Al centro, situato esattamente sotto l’asse centrale della cupola spicca il sarcofago di Vincenzo Saporito (1849-1930), illustre giurista e deputato alla Camera del Regno d’Italia per nove legislature (dal 1882 al1913) e sottosegretario del Tesoro nel governo Pelloux II (dal 1899al1900). Il monumento funebre è di immenso valore artistico in quanto replica in scala il celebre sarcofago in porfido rosso di re Guglielmo I d’Altavilla, detto il Malo, custodito nel Duomo di Monreale: un esplicito richiamo normanno voluto per associare idealmente la figura del politico alla dinastia reale che aveva reso grande la Sicilia nel XII secolo. A guardia della serratura del monumento, i Saporito fecero scolpire una foglia di edera: un antico simbolo esoterico posto a protezione eterna del sonno dei defunti e custode silenzioso di una storia in cui la fede medievale e l’ambizione ottocentesca si sono fuse per sempre.
A Sinistra si trova il sarcofago del barone Giuseppe Saporito Ricca ( 1848-1901), sindaco illuminato della città per quasi vent’anni, promotore dello sviluppo industriale e del Teatro Selinus, nonché vittima di un brutale “delitto eccellente” il 17 gennaio 1901; accanto a lui riposa la consorte Giuseppina Gagliano. Questo sepolcro monumentale, scolpito in pregiato in marmo bianco accoglie le spoglie dei coniugi ed è ornato da raffinati bassorilievi e stemmi araldici della casata. A destra, sul lato opposto, si trova il sarcofago della baronessa Elena Saporito. Questo terzo monumento funebre presenta eleganti modanature e dettagli neoclassici, comunicando idealmente con le cappelle gentilizie sotterranee custodite nella cripta a croce greca situata sotto il pavimento.
Sotto il pavimento della chiesa si sviluppa una cripta sotterranea che ricalca fedelmente la stessa pianta a croce greca del piano superiore. L’accesso a questo ambiente ipogeo avviene dall’esterno, tramite una scalinata in pietra situata sul lato orientale, dietro le tre absidi. Al suo interno sono custoditi i loculi, le storiche sepolture e i monumenti funebri degli altri principali esponenti della casata nobiliare castelvetranese: Vincenzo Saporito Ricca, Ada Versino e Giulio Saporito Versino (1905-1944); (Cav. avv.) Giovanni Paola (1838-1895) e (baronessa) Francesca Saporito Ricca (1849-1931); … Peppuccio Saporito (1934-2004).
La sacralità protettiva di questo luogo si estende oltre le mura perimetrali, nello spazio aperto circostante. Qui, immersa nel verde di un giardino secolare ricco di palme, agrumeti e piante esotiche, adiacente al Baglio Trinità, si trova una stele funebre di profonda delicatezza emotiva dedicata alla madre di Stefano Saporito. A colpire profondamente l’anima è l’iscrizione dolorosa incisa sul marmo, una frase che il piccolo Stefano dedicò alla mamma prematuramente scomparsa: “Mamma, mammina, perché non rispondi al tuo Stefanino ?”.
Oggi la Cuba di Delia, custodita con cura come proprietà privata dalla famiglia Saporito, non è più soltanto un monumento: è un ponte sospeso nel tempo, dove l’eredità bizantina, l’arte islamica e il rigore normanno si fondono in un unico, eterno abbraccio.
Giovanna La Rosa















