Per capire dove affondino le radici di Cosa Nostra non bisogna cercare nei moderni grattacieli della finanza, ma tra le spighe di grano e le gabelle delle campagne siciliane di fine Ottocento. È lì, in un’isola dominata dall’ingiustizia del latifondo, che la mafia ha mosso i suoi primi passi. Ed è lì che è caduto Francesco Gebbia, consulente legale e consigliere comunale di opposizione, assassinato il 10 ottobre 1892 nella piazza principale di Mezzojuso. Un delitto politico e mafioso che rappresenta uno dei capitoli più antichi, e per troppo tempo dimenticati, della memoria antimafia italiana.
. La Sicilia del 1892 è un territorio spaccato da profonde tensioni sociali. I grandi proprietari terrieri vivono distanti, a Palermo o a Napoli, lasciando la gestione delle loro immense proprietà a intermediari locali: i gabellotti. Figure ambigue e spietate, i gabellotti si muovono a metà tra la legalità e il banditismo. Per mantenere l’ordine e massimizzare i profitti, si circondano di guardiani armati privati, i campieri, e stringono patti di ferro con i criminali locali. Nasce così la prima “mafia dei pascoli”, un sistema di potere parassitario che controlla l’accesso ai pozzi d’acqua, il mercato del grano e il furto di bestiame usato come arma di ricatto. In questo clima di oppressione, chiunque provi a chiedere contratti più equi o a difendere i diritti dei braccianti diventa un pericolo pubblico per l’ordine mafioso.
In questo contesto isolato e violento, Francesco Gebbia decide di non piegarsi. Svolge la professione di consulente legale, un lavoro che gli permette di conoscere a fondo i soprusi subiti dai braccianti, e sceglie di portare questa battaglia dentro le istituzioni, candidandosi e venendo eletto come consigliere comunale di opposizione a Mezzojuso. Gebbia usa la legge come un’arma di riscatto sociale, sostenendo apertamente le rivendicazioni contadine — che in quegli stessi mesi stanno confluendo nel grande movimento dei Fasci Siciliani — e denunciando nell’aula del Consiglio comunale le prepotenze e le infiltrazioni dei gabellotti nella gestione del territorio. Per i clan locali, quel consigliere intransigente che parla di diritti e di legalità è un elemento di disturbo intollerabile. Le testimonianze della famiglia dell’epoca descrivono un clima di drammatica rassegnazione: la consapevolezza diffusa che difendere i contadini significasse esporsi a una condanna a morte.
. La condanna viene eseguita il 10 ottobre 1892. Mentre si trova nella piazza del paese, Francesco Gebbia viene raggiunto da una violenta scarica di colpi di fucile. Muore sul colpo, davanti ai suoi concittadini, in pieno giorno, con un modus operandi tipico, volto a lanciare un segnale di terrore a chiunque avesse intenzione di seguirne l’esempio. L’omicidio Gebbia precede di pochi mesi quello che la storia ricorderà come il primo “cadavere eccellente” d’Italia, il direttore del Banco di Sicilia Emanuele Notarbartolo. Se Notarbartolo rappresenta lo scontro con la mafia che già scalava la finanza, Gebbia resta il simbolo della resistenza alla mafia agraria originaria. Oggi, la sua figura è stata strappata all’oblio grazie al lavoro di storici e associazioni, restituendo a Francesco Gebbia il ruolo che gli spetta: quello di un pioniere della legalità, che ha pagato con la vita il rifiuto di scendere a patti con i padroni del feudo.
Giovanna La Rosa













