Il destino nel nome: Emanuela e quel filo rosso spezzato dalla mafia .
Nate lo stesso giorno a 17 anni di distanza, Emanuela Setti Carraro ed Emanuela Loi condividono il nome, data di nascita e un tragico epilogo in Sicilia. A decenni di distanza, le loro storie rimangono il simbolo di un’Italia che sceglie di non piegarsi.
Ci sono coincidenze che superano la pura statistica e sfociano nel mito, o nella tragedia. Nella storia della lotta alle mafie in Italia, esiste un filo rosso, invisibile e drammatico, che unisce due donne. Si chiamavano entrambe Emanuela, erano nate entrambe il 9 ottobre e sono state entrambe portate via dalla violenza di Cosa Nostra a Palermo.
Emanuela Setti Carraro (classe 1950) ed Emanuela Loi (classe 1967) non si sono mai conosciute, ma i loro nomi sono scritti per sempre l’uno accanto all’altro nel libro della memoria collettiva del nostro Paese.
La crocerossina e il Generale: il coraggio di via Carini
Emanuela Setti Carraro nasce a Milano in una famiglia della buona borghesia lombarda. Diventa infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana, una vocazione che dimostra fin da subito la sua profonda dedizione agli altri. Nel 1982 sposa il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, l’eroe dello Stato inviato a Palermo come prefetto per combattere la criminalità organizzata.
Il loro matrimonio dura appena 54 giorni. La sera del 3 settembre 1982, a bordo di una A112 guidata da Emanuela nelle strade di Palermo, i sicari di Cosa Nostra affiancano la vettura e aprono il fuoco con i kalashnikov. Emanuela fa scudo con il suo corpo al marito, in un ultimo disperato gesto d’amore. Moriranno entrambi sul colpo, insieme all’agente di scorta Domenico Russo. Aveva solo 31 anni.
Il mattino seguente, sul luogo del massacro, un cittadino anonimo lascerà un cartello di cartone fissato a un muro. Poche parole destinate a rimanere scolpite nella storia: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”.
Ai funerali solenni, il cardinale di Palermo Salvatore Pappalardo romperà il silenzio della Chiesa pronunciando una durissima omelia che scuoterà le istituzioni romane, citando lo storico latino Tito Livio: “Dum Romae consulitur… Saguntum expugnatur! Mentre a Roma si discute, la città di Sagunto viene espugnata… e questa volta non è Sagunto, ma Palermo!”.
La ragazza in divisa: il sacrificio di via D’Amelio
Esattamente 17 anni dopo la nascita di Setti Carraro, il 9 ottobre 1967, nasce a Sestu, in Sardegna, Emanuela Loi. Giovane solare con il sogno di fare l’insegnante, decide poi di entrare nella Polizia di Stato. Vince il concorso e viene trasferita a Palermo nel periodo più infernale per la città: sono i mesi immediatamente successivi alla strage di Capaci, in cui ha perso la vita il giudice Giovanni Falcone.
Emanuela, consapevole del pericolo ma mossa da un fortissimo senso del dovere, viene assegnata alla scorta del magistrato Paolo Borsellino. Al loro primo incontro, colpito dalla giovane età e dalla freschezza della ragazza, il giudice la accolse con un sorriso amaro e protettivo: “E tu dovresti proteggere me? Dovrei essere io a proteggere te”.
Il 19 luglio 1992, appena due mesi dopo Capaci, l’inferno si scatena in via D’Amelio. Un’autobomba distrugge la via, strappando alla vita il giudice e cinque agenti della scorta. Tra di loro c’è Emanuela Loi, che a soli 24 anni diventa la prima donna agente della Polizia di Stato a cadere in servizio.
Anni dopo, la sua omonima nipote, diventata anch’essa poliziotta nel nome della zia, scriverà: “Indossare quella divisa significava assumermi una responsabilità più grande delle mie paure. Ho creduto che il coraggio non fosse l’assenza della paura, ma la decisione di non lasciare che fosse la paura a guidare le mie scelte”.
Un’eredità che non muore
Cosa resta oggi di queste due vite spezzate? Non solo il dolore di due famiglie e di una nazione intera, ma un’eredità morale potentissima. Emanuela Setti Carraro ed Emanuela Loi rappresentano due volti diversi, ma ugualmente straordinari, dell’impegno civile: da un lato l’amore e il supporto incondizionato alle istituzioni tra le mura di casa; dall’altro il servizio attivo in prima linea, in difesa dello Stato e della legalità, indossando una divisa.
Oggi scuole, vie e presidi di legalità in tutta Italia portano il loro nome. Ricordarle insieme non significa solo celebrare una triste coincidenza anagrafica, ma ribadire che il loro sacrificio non è stato vano. La mafia ha spezzato i loro corpi, ma non è riuscita a cancellare l’esempio di coraggio che continuano a trasmettere alle nuove generazioni.
Giovanna La Rosa


Foto tratte dal Web













