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Selinunte, esplode la polemica sul deposito dei mastelli in un bene confiscato alla mafia: residente pronta al ricorso al Tar

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SELINUNTE – Una scelta dell’amministrazione comunale di Castelvetrano accende il dibattito nel borgo marinaro di Selinunte, nel pieno della stagione estiva. Al centro della vicenda c’è la decisione del sindaco Giovanni Lentini di destinare un immobile confiscato alla mafia a deposito dei mastelli e dei contenitori per la raccolta differenziata utilizzati dalle attività commerciali del centro.

L’edificio, situato in via Marco Polo, il principale corso del borgo che nelle sere d’estate si anima con il passeggio di residenti e turisti, è un immobile incompleto e dichiarato inagibile. In passato apparteneva a Giuseppe Grigoli, ritenuto il prestanome e cassiere del boss mafioso Matteo Messina Denaro, ed è stato successivamente acquisito al patrimonio pubblico dopo la confisca.

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La decisione dell’amministrazione comunale ha però suscitato la dura opposizione di una residente della zona, che ha presentato un’istanza di revoca in autotutela del provvedimento. Richiesta respinta dal Comune, mentre la donna si prepara adesso a impugnare l’atto davanti al Tribunale amministrativo regionale.

Secondo la ricorrente, condivisa da numerosi residenti del borgo, la destinazione dell’immobile è incompatibile con la vocazione turistica della zona. Via Marco Polo rappresenta infatti uno dei luoghi più frequentati di Selinunte e, soprattutto durante l’estate, è attraversata quotidianamente da migliaia di persone. L’idea di concentrare in quel punto i contenitori dei rifiuti delle attività commerciali viene ritenuta inopportuna sia sotto il profilo del decoro urbano sia sotto quello igienico-sanitario.

Alla contestazione si aggiungono rilievi di natura giuridica. Attraverso il proprio legale, l’avvocato Vincenzo Dafne Alastra, la residente richiama l’articolo 48 del Codice delle leggi antimafia, secondo il quale gli immobili confiscati e trasferiti agli enti locali devono essere destinati esclusivamente a finalità istituzionali o sociali.

Secondo il legale, l’utilizzo dell’immobile come deposito dei mastelli non risponderebbe a tali finalità, configurandosi invece come una funzione meramente logistica destinata a favorire un gruppo di operatori economici privati.

L’istanza evidenzia inoltre presunte irregolarità nella procedura adottata dal Comune. La normativa, sostiene il ricorso, prevede che qualora l’ente non utilizzi direttamente il bene confiscato, l’eventuale concessione gratuita debba avvenire attraverso procedure improntate ai principi di trasparenza, pubblicità e parità di trattamento, riservate alle categorie espressamente indicate dalla legge, quali associazioni di volontariato, cooperative sociali e altri soggetti del terzo settore.

Nel caso specifico, secondo la tesi della ricorrente, il Comune avrebbe invece disposto un’assegnazione diretta in favore di alcuni titolari di attività economiche sulla base di una semplice richiesta protocollata nello stesso giorno dell’adozione del provvedimento, senza alcun avviso pubblico, senza una procedura comparativa e senza verificare la sussistenza dei requisiti previsti dalla normativa antimafia.

Tra le contestazioni figura anche l’assenza di una convenzione che disciplini durata, modalità di utilizzo del bene, controlli e cause di eventuale decadenza della concessione.

Su questi presunti profili di illegittimità sarà ora chiamato a pronunciarsi il Tar, al quale la residente si appresta a presentare ricorso. La vicenda riapre così il dibattito sul corretto utilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata e sulla loro destinazione, soprattutto quando si tratta di immobili collocati in aree di particolare pregio turistico e simbolico come il borgo di Selinunte.

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