A Santa Margherita di Belice si riaccende il confronto su una delle pagine più controverse della storia locale: la sommossa contadina del marzo 1861 e l’uccisione del medico e patriota Giuseppe Montalbano. Un episodio che, a oltre un secolo e mezzo di distanza, torna oggi al centro dell’attenzione con interpretazioni diverse sul suo significato storico.
A rilanciare il tema sono stati recentemente il sindaco Gaspare Viola e Margherita Cacioppo, che hanno sottolineato la necessità di rileggere quei fatti anche come possibile momento iniziale di dinamiche riconducibili alla nascita della mafia nel territorio. Secondo questa interpretazione, l’omicidio di Montalbano — figura di riferimento per i contadini e sostenitore delle loro rivendicazioni — si inserirebbe in un contesto in cui gruppi di potere locali avrebbero già esercitato forme di controllo e violenza organizzata a tutela degli interessi dei grandi proprietari terrieri.
Una lettura che tuttavia non è condivisa da tutti. Altre voci del dibattito pubblico invitano alla cautela, sottolineando come l’uso del termine “mafia” per il 1861 possa risultare anacronistico. Secondo queste posizioni, gli eventi andrebbero interpretati soprattutto alla luce delle forti tensioni sociali e politiche che attraversarono la Sicilia all’indomani dell’Unità d’Italia, evitando sovrapposizioni con fenomeni che si svilupperanno in modo più definito solo negli anni successivi.
I fatti risalgono ai mesi immediatamente successivi alla Spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi, quando le aspettative dei contadini — legate soprattutto alla redistribuzione delle terre — si scontrarono con il permanere dei vecchi equilibri fondati sul latifondo. In questo scenario, Giuseppe Montalbano si impose come figura di riferimento per le istanze popolari, entrando in conflitto con le élite locali. Il suo assassinio, il 3 marzo 1861, provocò una reazione immediata: nei giorni successivi il paese fu attraversato da una violenta sommossa, con assalti ai simboli del potere e un’insurrezione che venne rapidamente repressa dalle forze del neonato Stato unitario.
Al centro del confronto resta quindi l’interpretazione di quei fatti: da un lato chi vi legge i primi segnali di una violenza organizzata che anticipa fenomeni mafiosi, dall’altro chi li considera espressione di un conflitto sociale tipico del periodo post-unitario. Una discussione che continua ad animare la comunità e che dimostra come la memoria storica, soprattutto quando tocca temi complessi come quello delle origini della mafia, resti un terreno vivo, aperto e ancora oggi oggetto di riflessione.
Stefano Caruso













