Siamo nel XXI secolo e ancora alle donne vengono negati diritti all’uguaglianza, alla privacy e alla libertà di espressione, di religione e di credo, alla non discriminazione, all’autonomia personale e corporea, causando dolore e sofferenze gravi che equivalgono a torture o a trattamenti inumani. Questo succede in Iran dove la “Polizia Morale”, ha l’”obbligo religioso” di far rispettare l’obbligatorietà del velo (art.59), aiutati anche dalle tecnologie di sorveglianza di massa: tutte le donne anche straniere devono indossare correttamente il velo islamico, in caso di violazioni vengono fermate e “scortate” in “centri di rieducazione”, dove sono costrette a seguire lezioni sull’ hijab. Una vera e propria oppressione!
Le donne subiscono continuamente “violenze fisiche e psicologiche”, come punizioni corporali in pubblico (frustate), pene detentive, confisca del veicolo (se guidano senza il velo), multe salate; se ragazze vengono sospese o espulse dalle università ( negazione del diritto allo studio) e impedito loro di sostenere gli esami finali, viene negato l’accesso ai servizi bancari e ai mezzi di trasporto pubblico. Sui social media alcuni video mostrano donne pacifiste violentemente aggredite con manganelli da agenti di polizia (a Teheran e Rasht) e forze di sicurezza che sparano sulle persone che cercano di aiutare le donne a evitare l’arresto. Le autorità iraniane continuano ad utilizzare ed intensificare controlli fortemente oppressivi di chi osa sfidare le leggi obbligatorie sul velo, decidendo di non indossarlo in pubblico. La nuova legge “per la protezione della famiglia tramite la promozione della cultura della castità e dell’hijab, entrata in vigore il 13 dicembre del 2024, rafforza l’oppressione contro donne e ragazze. Infatti “nega ulteriormente i diritti umani delle donne e delle ragazze, introducendo la pena di morte (art.37), le frustate (art.67) dure condanne detentive (fino a 15 anni) e multe esorbitanti, sequestro dei beni (se non in grado di pagare le multe), divieti di viaggio e restrizioni all’istruzione e all’occupazione per le donne e le ragazze che si oppongono al velo obbligatorio. Essa garantisce impunità totale a funzionari e alla polizia morale che aggrediscono le donne e le ragazze che osano sfidare tale legge”. Una violenza inaudita!
Mahsa Amini, una ragazza curda di 22 anni uccisa (16 settembre del 2022) dalla “polizia morale”, oggi è il simbolo universale della lotta contro l’oppressione femminile e la violenza di Stato della Repubblica islamica. In suo nome e al grido di “Donna, Vita, Libertà” è nato un movimento di protesta guidato da donne e giovani iraniani, che ha unito migliaia di persone in tutto il mondo contro il regime di Teheran. Nel 2023, il Parlamento europeo ha assegnato a Mahsa Amini e al movimento “Donna, Vita, Libertà” il prestigioso Premio Sakharov per la libertà di pensiero. Dopo il “Femminicidio” , un giovane iraniano Shervin Hajipour ha scritto una canzone “Baraye”, un inno alle proteste in Iran scoppiate dopo l’uccisione della ragazza curda. Baraye è una parola persiana che significa “per”, “a causa di”, i versi raccontano le condizioni di vita all’interno del Paese, per questo il cantautore è stato arrestato e poi rilasciato su cauzione, dopo esser stato costretto a cancellare il suo video su Instagram, sostituito prontamente con un altro che inneggiava il regime iraniano.
Pegah Moshir Pour, attivista italiana di origini iraniane, e Drusilla Foer, hanno portato il brano a Sanremo 2023 e Shervin Hajipour ha vinto nella nuovissima categoria “Miglior canzone per il cambiamento sociale” con il suo brano. A Sanremo la scrittrice Pegah Moshir Pour, attivista da sempre al fianco delle donne iraniane, è salita sul palco dell’Ariston insieme a Drusilla Foer per parlare di donne, vita e libertà: “ In Iran non sarei potuta essere così vestita e truccata e non avrei potuto parlare di diritti umani da un palcoscenico perché sarei stata arrestata o forse addirittura uccisa ” ha detto Pour. “ E per questo ho deciso, insieme a tanti miei coetanei, che la paura non ci fa più paura e di dare voce a una generazione cresciuta sotto un regime di terrore “.
Pour ieri invitata dal Centro Pace del Comune di Bolzano assieme alla violoncellista Leila Shirvani, che di recente ha partecipato alla maratona musicale “A Nome Loro” con un brano di musica mediorientale “Baraye”, sono intervenute per dare voce alle lotte femminili a Teheran. Anche Leila Shirvani intervistata da Partanna Today parla di oppressione e di diritti umani negati alle donne, queste le sue parole:“ Il governo iraniano si comporta come la criminalità organizzata, bisogna unire le forze e lottare contro tutte le ingiustizie e le forme di mafia. Chi osa contrapporsi al regime viene minacciato e subisce delle intimidazioni mafiose da parte della Repubblica Islamica e dell’Ambasciata Iraniana a Roma ”. La canzone “Baraye”, è una denuncia “a cielo aperto”, di una situazione invivibile che opprime il popolo in particolare le donne e le ragazze del Paese: alcuni versi significativi del brano “Per l’economia dittatoriale”, “Per le lacrime inarrestabili”, “Per gli studenti e il loro futuro”, “ Per le donne, la vita, la libertà”.
Leila Shirvani afferma che la situazione della popolazione iraniana, dopo lo scoppio della guerra, è peggiorata mentre il regime si è rafforzato. Inoltre, racconta che “ oggi alle donne iraniane non è consentito esibirsi in pubblico come soliste ”.
Giovanna La Rosa













