Ci sono luoghi che non smettono mai di appartenerci. Tornarvi significa confrontarsi con il tempo, con ciò che è rimasto e, soprattutto, con ciò che è stato perduto. A volte il passato riaffiora attraverso un dettaglio; altre volte viene completamente cancellato da scelte urbanistiche che sembrano aver dimenticato il significato stesso della parola “comunità”.
È la sensazione che si prova percorrendo oggi via Perillo, a Partanna.
Nel 1968, proprio dove oggi si erge una monumentale scalinata a doppia rampa, sorgeva una piccola abitazione. Non aveva nulla di straordinario dal punto di vista architettonico, ma custodiva una ricchezza ben più importante: la vita. Era la casa di una famiglia composta da nove persone, due genitori e sette figli, inserita in una strada allora popolata, rumorosa, ricca di relazioni umane e di quella socialità spontanea che costituiva il vero patrimonio del paese.
Il terremoto e la successiva ricostruzione hanno cambiato tutto. Le demolizioni hanno ridisegnato il volto del centro storico, ma insieme agli edifici hanno disperso anche la comunità che li abitava. Interi quartieri sono stati svuotati e, al posto della vita quotidiana, sono sorte opere pubbliche spesso sproporzionate rispetto ai reali bisogni del territorio.
Via Perillo rappresenta uno dei casi più emblematici.
A prima vista quella scalinata può persino suscitare un senso di compiacimento: l’umile casa della propria infanzia è stata sostituita da un’opera monumentale. Ma basta fermarsi qualche istante perché quell’impressione lasci spazio alla realtà. Una rampa è completamente ricoperta da un tappeto di foglie secche; l’altra è ormai impraticabile, soffocata da una vegetazione cresciuta senza alcun controllo.
È l’immagine perfetta di una cattedrale nel deserto.
Un’opera imponente che non conduce da nessuna parte, se non alla constatazione di quanto facilmente il denaro pubblico possa trasformarsi in spreco quando manca una visione e, soprattutto, quando viene meno la manutenzione ordinaria.
Il problema, però, non riguarda soltanto via Perillo.
Guardando Partanna nel suo insieme emerge un’impressionante collezione di opere nate con l’ambizione di rappresentare il progresso e finite invece per incarnare l’abbandono.
Il gigantesco Centro Sociale, mai realmente entrato in funzione, è oggi una distesa di cemento riconquistata dalla vegetazione spontanea, tanto da essere diventata rifugio della fauna selvatica. Le scalinate di via Prete Battaglia sopravvivono prive di una reale funzione urbana. La vasca addossata alle mura del Castello Grifeo continua a rappresentare una discutibile forzatura architettonica. Le gradinate tra via del Popolo e via La Masa versano nell’incuria. Il Teatro della contrada Montagna, nato per ospitare cultura e spettacolo, rimane isolato e sottoutilizzato.
Sono opere diverse tra loro, ma accomunate dallo stesso destino: grandi investimenti iniziali, scarsa utilità concreta e progressivo abbandono.
È difficile non chiedersi quale idea di città abbia ispirato queste scelte. Per troppo tempo si è identificato lo sviluppo con la quantità di cemento versato e con la monumentalità delle opere, dimenticando che una città vive delle persone che la abitano e dei servizi che funzionano, non delle strutture che nessuno utilizza.
La vera dignità di un’opera pubblica non risiede nella sua imponenza. Risiede nella sua capacità di migliorare la vita quotidiana dei cittadini e nella cura costante che le istituzioni hanno il dovere di assicurarle. Un’opera lasciata al degrado non è soltanto un cattivo investimento: è il simbolo di un rapporto interrotto tra amministrazione e comunità.
Forse il danno più grave non è nemmeno quello economico.
Costruire il mastodontico dove la comunità non esiste più e poi abbandonarlo significa cancellare due volte la memoria di un luogo. Prima sostituendo gli spazi della vita con scenografie di cemento; poi lasciando che anche quelle vengano inghiottite dalle sterpaglie e dall’indifferenza.
Via Perillo, in fondo, racconta tutta questa storia. Dove una volta c’era una casa piena di persone, oggi c’è una scalinata vuota. Ed è difficile immaginare un’immagine più eloquente di una ricostruzione che ha saputo edificare opere, ma non restituire un’anima ai luoghi.
Perché una città non diventa più moderna quando costruisce di più. Diventa migliore quando ciò che costruisce serve davvero ai cittadini e continua a vivere nel tempo. Tutto il resto è soltanto cemento destinato, lentamente, a diventare rovina.
Antonio Scimonelli

















