Il 15 settembre non è una data qualunque per Palermo e per l’Italia intera: è il giorno in cui, nel 1937, nasceva Pino Puglisi e il giorno in cui, nel 1993, la mafia decideva di ucciderlo nel quartiere Brancaccio. Un cerchio che si chiude nel sangue, ma che a distanza di oltre trent’anni continua a generare frutti di legalità, speranza e riscatto sociale.
Era la sera del suo 56° compleanno. Don Pino stava rientrando a casa, in piazza Anita Garibaldi, quando i killer di Cosa Nostra lo affiancarono. La cronaca giudiziaria e le confessioni dei sicari ci hanno consegnato le sue ultime parole, accompagnate da un sorriso: «Me l’aspettavo».
In quel sorriso non c’era rassegnazione, ma la consapevolezza di chi sapeva di aver fatto saltare i piani dei boss del quartiere, i fratelli Graviano. Don Pino non era un “prete anticrimine” nel senso stereotipato del termine; non faceva grandi proclami politici. Era, semplicemente, un parroco che applicava il Vangelo nel territorio più difficile della città.
Nominato parroco della chiesa di San Gaetano nel 1990, Don Puglisi aveva capito che per sconfiggere la mafia non bastavano le forze dell’ordine: bisognava togliere la materia prima ai clan, ovvero i bambini e i giovani. Con l’apertura del Centro Padre Nostro, offrì un’alternativa concreta alla strada, allo spaccio e al reclutamento mafioso.
Insegnava ai ragazzi che lo Stato non era un nemico lontano, che la dignità non si compra con la sottomissione e che i diritti non sono favori da chiedere ai boss. Chiedeva asili, scuole, fogne e servizi per un quartiere abbandonato dalle istituzioni. Questa “rivoluzione della normalità” divenne intollerabile per i capimafia, che videro crollare il proprio consenso sociale.
I killer volevano dare una lezione a tutta la comunità, ma l’assassinio di Don Pino ha ottenuto l’effetto opposto. La sua morte ha scosso le coscienze, prima a Palermo e poi in tutto il mondo. Il 25 maggio 2013, davanti a una folla oceanica, è stato proclamato Beato della Chiesa cattolica, il primo martire ucciso dalla mafia.
Oggi, il 15 settembre è diventato un momento di memoria attiva. Le scuole, le associazioni e i cittadini si stringono attorno ai luoghi del suo ministero non per una sterile commemorazione, ma per rinnovare un impegno quotidiano. La storia di Padre Pino Puglisi dimostra che un uomo disarmato, armato solo della propria coerenza e del proprio sorriso, può far tremare un impero criminale. La sua vita si è interrotta quel giorno di settembre, ma le sue idee continuano a camminare sulle gambe di migliaia di giovani.
Giovanna La Rosa













