La vittoria di Sal Da Vinci al Festiva di Sanremo riporta al centro una questione che va oltre il singolo brano e oltre il giudizio, pur legittimo, sulla qualità del testo. Definire quelle liriche “retrograde” o “mielose” può risultare una valutazione estetica discutibile ma circoscritta; più interessante è interrogarsi sul dispositivo culturale che le sostiene e sul genere musicale che le rende efficaci presso un determinato pubblico.
In un panorama dominato da una parte della trap italiana – spesso caratterizzata da immaginari violenti, maschilisti o volutamente provocatori – un testo sentimentale può perfino apparire come una forma di lirismo civile. Tuttavia, il problema non risiede tanto nell’alternativa tra romanticismo e brutalismo verbale, quanto nella costruzione identitaria che quel romanticismo veicola. Il genere neomelodico, nella sua declinazione contemporanea, tende a strutturarsi attorno a un’idea di “napoletanità” compatta, emotivamente satura, quasi sacralizzata. È una Napoli mitizzata, madre e amante insieme, rifugio simbolico e orizzonte morale. Questa identificazione rischia di assumere tratti para-nazionalistici: l’identità non come spazio critico, ma come appartenenza totalizzante.
Eppure la tradizione musicale napoletana offre esempi radicalmente diversi. Pino Daniele ha raccontato Napoli senza indulgere nella retorica consolatoria. La sua città era contraddittoria, ferita, ironica; una metropoli porosa attraversata dal blues, dal jazz, dal Mediterraneo. In Daniele l’identità non era mai una bandiera, ma una tensione. Non un luogo da difendere, bensì un crocevia da abitare criticamente.
La differenza non è soltanto stilistica, ma epistemologica. Nel primo caso, la musica costruisce un immaginario chiuso, che rafforza un senso di appartenenza attraverso codici riconoscibili e rassicuranti. Nel secondo, la musica diventa strumento di problematizzazione: la napoletanità non è un’essenza immutabile, ma una stratificazione storica, sociale e linguistica.
Ciò che può risultare “insopportabile”, dunque, non è semplicemente una melodia o un testo sentimentalmente enfatico, ma la riduzione dell’identità a cliché. Quando l’arte si limita a riprodurre simboli condivisi senza metterli in crisi, essa rinuncia alla propria funzione critica. E se è vero che ogni genere musicale risponde a un bisogno – di riconoscimento, di comunità, di conforto – resta legittimo domandarsi se tale bisogno debba essere soddisfatto attraverso la reiterazione del già noto o attraverso l’apertura a nuove possibilità espressive.
La questione, in fondo, non riguarda solo Napoli. Riguarda il modo in cui la cultura popolare negozia il rapporto tra radici e innovazione, tra appartenenza e complessità. Tra identità come rifugio e identità come interrogazione.
Stefano Caruso













