Home Cultura La peste a Castelvetrano: Controllo, restrizioni e consenso.

La peste a Castelvetrano: Controllo, restrizioni e consenso.

Nel XVII secolo, tra il 1624 e il 1626, la popolazione di Castelvetrano fu gravemente colpita da un’ epidemia di peste, la stessa che devastò Palermo. La malattia, venuta dal mare, causò un drastico calo demografico,decimando la popolazione di allora che da 15.000 si ridusse per la morìa a circa 12.000.

La peste arrivò a Palermo il 7 maggio 1624 a bordo di un vascello, la nave di “Redenzione dei cattivi”, proveniente da Tunisi, che trasportava mercanzie e cristiani liberati dalla schiavitù. Il Viceré di Sicilia Emanuele Filiberto di Savoia contro il parere del Senato, che sospettava che a bordo covasse la peste, ne permise l’attracco principalmente per motivi politici e diplomatici, ma anche per i ricchi doni che gli erano stati inviati dal re di Tunisi. Il Commissario dell’Ordine della Redenzione dei Captivi aveva falsificato le patenti sanitarie nascondendo il fatto che molti “prigionieri” morirono durante il viaggio per la peste ed altri furono gettati in mare per evitare la quarantena, tutto ciò per guadagno personale o per favorire qualcuno . Le autorità tentarono di contrastare il morbo con la chiusura del porto e del traffico, ma la malattia si diffuse rapidamente e cominciò a fare qualche vittima. Il 24 giugno del 1624 la città venne dichiarata infetta ed il Senato ordinò che venissero segnalati alle autorità tutte le persone sbarcate dal vascello. Subito il Viceré, con circolare del 25 giugno del 1624 per fronteggiare l’epidemia, impose una certa sorveglianza alle porte cittadine per limitare la circolazione di persone e merci. Ma il male arrivò a Castelvetrano e dopo pochi mesi lo stesso Emanuele Filiberto di Savoia, avendo contratto la peste, morì il 3 agosto del 1624.

In seguito alla circolare e a una serie di bandi , dei giurati di Castevetrano (dal 27 giugno del 2024 fino al 15 dicembre del 2025 ), pubblicati a suon di tromba, sono state adottate misure restrittive per premunire la popolazione contro l’invasione del male, per circoscrivere i sospetti e per curare i malati. Molti divieti e proibizioni furono imposti alla popolazione, come il divieto di spostamento all’interno della città, dai posti di guardia, di uscita dai luoghi di ricovero o dalla città senza permesso scritto dei giurati, di alloggiamento di persone estranee in qualsiasi posto di campagna; di uscita delle merci e delle vettovaglie dalla città, fatta eccezione del vino; l’obbligo di rivelare tutti gli ammalati, elencare ogni oggetto proveniente dal vascello giunto da Tunisi, di fare la quarantena nelle proprie case ( per i ricchi con guardie a proprio carico), di sottoporre a quarantena persone provenienti da altre città (in particolare da Palermo) in appositi locali: alli Bigini, allo Staglio, al Convento di Nostra Signora dei Miracoli, alle stanze di Monteleone, a quelle di Ballatore, alla Santissima Trinità, alla Chiesa di San Bartolomeo ed in altri luoghi. Infine, vennero sollecitati gli addetti alla custodia delle porte di mettersi in servizio all’ora precisa stabilita.

Malgrado queste misure restrittive, il numero dei contagiati continuò a salire e quindi venne ordinato di cingere la città di alte mura, chiudere gli sbocchi di tutte le strade; l’accesso in città era consentito solo da le porte di San Francesco di Paola (ora porta Vittorio Emanuele), di San Francesco d’Assisi (ora porta Garibaldi) e di Nostra Signora dei Miracoli (ora Borgo Ruggero Settimo); vennero nominati quattro capitani dei Quartieri (di San Giovanni, di San Niccolò, di Sant’Antonino, San Giacomo), assistiti ciascuno da un serviente, col compito di gestire ogni emergenza all’interno della zona di sua competenza. I quartieri maggiormente colpiti furono quelli di Sant’Antonino e di San Niccolò, il meno il quartiere di San Giovanni.

Inoltre, per circoscrivere la peste, si crearono dei luoghi di cura e di isolamento, come quello di fronte il convento di San Francesco Di Paola, nelle case di Vincenzo Denaro e di Leonardo Lombardo, dove è stata approntata l’infermeria; alle spalle di essa, tra la via Lazzaretto e la via Quintino Sella, venne istituito il lazzaretto per i contagiati . Invece i sospetti vennero portati nella zona chiamata del Casale Bianco, posta oltre la chiesa ed il Monastero dell’Annunziata, tranne alcuni che vennero barricati nelle loro case con gli usci inchiodati e con i cortili murati, mentre le persone in quarantena finirono al convento di Nostra Signora dei Miracoli. Quarantene e confinamento vennero imposti anche a chi è stato a contatto con infermi (sacerdoti, medici, infermieri, suore, militari), con oggetti contaminati o persone sospette di contagio (parenti, amici, familiari). Le case della SS. Trinità vennero adibite a lavanderia. Da evidenziare, come non tutti i malati o i sospetti abbiano avuto lo stesso trattamento: i benestanti pagavano una retta per essere assistiti, mentre i poveri erano mantenuti gratuitamente. Naturalmente le donne erano separate dagli uomini e i carcerati erano chiusi in speciali recinti.

I malati terminali vennero condotti nella Chiesa degli Agonizzanti, per ricevere l’assistenza religiosa e sanitaria e successivamente trasportati e seppelliti dai confrati, in fosse singole e coperte di calce vergine e, quindi, di terra, in un cimitero, esteso per due tumoli circondato da muri di cantoni (Notizia attinta da documenti cap. VIII “Misurazione dei Beati Morti”- Archivio del Comune di Castelvetrano, Rollo IV. f.335)) creato nell’attuale piazza Benedetto Croce, ove poi vi fu costruita la scuola materna. Al centro stava una croce di ferro con piedistallo in muratura (simbolo di fossa comune o carnaio) per indicare che era un luogo sacro. Questo cimitero chiamato “degli appestati” si è conservato fino al 1950 circa, poi con l’espansione urbana del secondo dopoguerra, la vasta area del cimitero degli appestati , chiamata Beati Morti, è stata riqualificata e adibita ad area edificabile. Oggi non rimane traccia alcuna della croce e del muro di cinta, ma solo la strada con una targa toponomastica che riporta la scritta “Via Beati Morti, vittime della peste del 1623”, data storica errata.

Poiché gli umani rimedi furono ritenuti insufficienti, si invitò il popolo a pregare il Signore affinché il male cessasse, cosicché il 21 giugno del 1625 i padri del convento di San Francesco di Paola, sacerdoti e persone devote, si recarono nella città di Palermo a prendere una reliquia della testa di Santa Rosalia, ritenuta miracolosa. La reliquia fu portata in processione per tutta la città e poi venne collocata su un’ altare di pietra, per l’adorazione, sotto l’arco trionfale rivestito di mirto ed ornato con bandiere e stendardi di seta, eretto davanti la chiesa di San Francesco di Paola. Vi rimase tre giorni continui, affinché la Santa agisse da intermediaria presso Dio per ottenere un miracolo: la salvezza della città dalla peste. Dopo tre giorni, la reliquia fu riposta nella chiesa di San Francesco di Paola entro il tabernacolo del SS. Sacramento. Oggi custodita in un reliquario della chiesa stessa.

Continuò la morìa con intensità, ma sempre decrescente. Finalmente il 10 ottobre 1625 la città venne dichiarata libera dalla peste e così per disposizione del Capitano d’armi Romano Colonna, tutte le donne e i ragazzi uscirono liberi per la città; si tolse il Lazzaretto; il personale sanitario e di servizio fu mandato in diversi posti a far la quarantena; i convalescenti furono inviati nei luoghi di purificazione; si bruciarono carrozze per il trasporto dei morti, indumenti e arredi sacri utilizzati durante l’ epidemia; si disinfettarono le case con calce.

Il 12 ottobre 1625 si celebrò una messa, nella chiesa del Convento dei Padri Cappuccini (Chiesa del SS. Crocifisso o Chiesa di Sant’Anna), per ringraziare il Signore per la grazia ricevuta, per intercessione di Santa Rosalia. Inoltre, venne fatta una processione generale per la città che, partendo dalla Matrice, “toccò” tutti i luoghi di Quarantena (Casale Bianco, Lazzaretto, San Francesco di Paola). L’epidemia riprese a dicembre, ma poi fu debellata definitivamente il 15 marzo del 1626.

Per ringraziare della fine di tale pestilenza, il principe Don Diego D’Aragona fece edificare un luogo di culto: la chiesa di Maria Santissima della Salute. I castelvetranesi per devozione negli anni post-contagio fecero realizzare una statua, in grandezza naturale, con la Santa dormiente che si trova nella cappella dei Gentiluomini del Duomo di Santa Maria Assunta (Chiesa Madre). Altra statua di media grandezza si trova nei depositi della chiesa di San Francesco di Paola.

Del tragico evento in Castelvetrano abbiamo una raffigurazione nella parte bassa della pala d’altare, eseguita da P. Novelli probabilmente nel 1633 e poi ridipinta nel 1789 da fra’ Felice da Sambuca, con l’Immacolata e santi, nella Chiesa di Sant’Anna.

Giovanna La Rosa

Chiesa degli Agonizzanti
Chiesa dei Cappuccini