Il 20 dicembre, al Teatro Selinus si è tenuto il concerto, dedicato a tutti coloro che hanno avuto la disavventura di essere stati o che sono tutt’ora vittime di una qualsiasi dipendenza al fine di dimostrare che è possibile risollevarsi e rinascere come l’Araba Fenice, grazie alla forza interiore e all’aiuto esterno.
L’ organizzatore-presentatore dell’evento, Peppe Patti, dopo i saluti istituzionali del Sindaco Giovanni Lentini, dell’assessore Rosalia Ventimiglia, della dott.ssa Monica di Bella e del sig. Mimmo Celia, racconta la sua dipendenza patologica e la sua rinascita grazie a “Villa Ascione” , una Comunità Terapeutica Residenziale che sostiene, recupera e rinserisce nel sociale, chi si è “perduto” percorrendo una strada senza via di uscita. Il presentatore continua il suo racconto sostenendo che bisogna lavorare “sodo”, con impegno, fatica e determinazione, avendo il coraggio di chiedere aiuto, lottando con tutte le forze per seguire il percorso indicato dagli operatori, e malgrado le ricadute, resistere alle “maledette” tentazioni, proseguendo anche quando il percorso è in salita e sarebbe più semplice lasciarsi andare come una barca alla deriva sperando di essere recuperata e riportata a riva da qualcuno per completare la missione affidatagli: vivere la vita nel rispetto innanzitutto di se stessi e poi degli altri.
Peppe Patti, continua a narrare, attraverso le canzoni da lui composte e cantate, dei suoi momenti bui, delle sue “promesse” , dei suoi “ce la farò da solo” e di quando prende consapevolezza che doveva chiedere aiuto, senza vergognarsi, per diventare l’autore della sua vita e riprendere in mano la libertà perduta, perché chi “cade” nella trappola perde se stesso portando nel tunnel delle dipendenze anche chi gli sta accanto, che impotente lo vede ” andar via”.
Sul palco sale una giovane donna che porta la sua testimonianza di moglie di un ex tossicodipendente. Racconta della sua sofferenza nel vedere gli effetti fisici, psicologi-comportamentali devastanti del crack sul marito e di come l’assunzione di sostanze psicotiche lo avevano trasformato in un’automa con grave alterazione e disgregolazione emotiva, in balia del craching e della necessità di ottenere la ” dose” a tutti i costi, anche mettendo a repentaglio la propria incolumità o quella dei familiari. Racconta di quei momenti terribili vissuti in prima persona ed in terza persona, poichè assistere alle crisi di astinenza e di overdose è deleterio, per chi li ha e per chi assiste. Bisogna chiedersi, a questo punto, cosa è andato storto e come potere rimediare ed uscirne fuori . Chiedere aiuto è l’unica soluzione possibile per avviare un percorso di recupero e salvarsi. Questo lo sa bene chi ha vissuto esperienze devastanti, e con consapevolezza ha deciso di lottare e resistere e di raccontare la propria esperienza ai giovani, esortandoli a “non iniziare mai, a stare lontano dalle dipendenze che “fanno moda” , a stare lontano dalle “innocenti” tentazioni che portano solo alla morte!”.
Giuseppe Patti, continua la sua storia, raccontando di avere conosciuto la “sostanza” quando era ancora “tra i banchi”, di averla usata solo per imitare i grandi , non credeva che un semplice “spinello” potesse procurare “danno” , tanto più perché facile da reperire e alla portata di tutti. Invece, quel giorno è inziato il suo incubo, una vera e propria ossessione: non poteva più farne a meno! E più andava avanti e più entrava in un circolo vizioso, un tunnel senza uscita. Gli effetti devastanti provocati dal crack, erano ben visibili sugli altri, ma anche su di lui. “Sentiva” di essere dipendente, non si riconosceva più, era un alienato che cercava di ricomporre i pezzi della sua persona, ormai poco più di un fantasma. Bisognava reagire ed iniziare una nuova vita, ritrovando quella libertà che era stata perduta.
Peppe Patti, mettendo da parte l’orgoglio, chiede aiuto ai genitori che lo affidano ad una comunità di recupero, lontano da casa , a Caltanissetta, per preservarlo dagli “amici” che potevano raggiungerlo e riportarlo sulla “vecchia strada”. Lui accetta e in comunità riscopre l’amore, la passione per la musica, scrive canzoni che raccontano di lui , della sua storia e della sua rinascita , raccontano anche degli altri come lui che hanno vissuto le stesse esperienze e che ancora vivono in comunità.
Oggi ha un lavoro grazie ad A29, energia che diventa inclusione per i giovani di Villa Ascione di Caltanissetta e ringrazia ad alta voce chi gli ha dato questa possibilità di rinascita perché il lavoro gli ha restituito la famiglia e la libertà. Ringrazia tutti, la sua famiglia e i suoi due adorati figli, che gli stanno accanto e lo amano, malgrado il passato.
E’ rinato quel 22 luglio del 2024. Ritrovando i vecchi amici, quelli veri, decide di portare la sua testimonianza ai giovani utilizzando parole e musica. In particolare, la musica è lo strumento fondamentale attraverso il quale i giovani possono esplorare la propria identità, esprimere emozioni, trovare conforto e creare legami sociali poichè essa offre rifugio e li aiuta a sentirsi meno soli. Spesso la solitudine o i contrasti in famiglia, portano ad intraprendere strade sbagliate.
La lunga storia è stata intervallata da momenti musicali diretti da Mariella Zancana dell’AKKADEMIA Musicale e dal suo gruppo composto da: Eduardo La Scala ( Violoncello), Maria Teresa Clemente ( Violino), Rosario Guzzo ( Trombone), Gabriele Pellegrini e Aurora Di Nino (voce), Giacomo Bua (Chitarra), Silvio Pisciotta (Basso), Vincenzo Provenza (Percussioni), ma anche da interventi culturali con la partecipazione degli attori Fabrizio Ferracane e Ludovico Caldarera.
Nello specifico Ferracane racconta di aver visitato la Comunità, restando due giorni a stretto contatto con i ragazzi, condividendo i loro tempi e le loro storie e di aver “vissuto” una fortissima esperienza indelebile che porterà dentro il cuore e la mente, per sempre. Addirittura, coadiuvato da altri, vorrebbe creare qualcosa di concreto per aiutare i tanti giovani a riscoprire se stessi e a riconoscere i talenti nascosti in ognuno di loro, farli emergere e valorizzarli attraverso attività laboratoriali, come il teatro dove i ragazzi possono attraverso la recitazione, voce dell’anima, portare fuori conflitti e passioni.
Anche Ludovico Caldarera, porta il suo contributo, leggendo una poesia scritta da un ragazzo della comunità (Marcello Squadrito) e successivamente assieme al Ferracane “ recitano” la leggenda di “Cola Pesce”, il mito del pescatore che ha sacrificato la propria vita per sostenere la sua Sicilia, la sua amata terra. Questa leggenda è una metafora appositamente scelta per dire che in ognuno è presente quella forza e quella determinazione nella giusta misura per raggiungere l’ obiettivo che ciascuno si è prefissato, proprio ciò che narra la canzone finale cantata da Peppe Patti: “Siamo più forti noi” .
Ecco alcuni versi significativi:
“Siamo più forti noi della sofferenza e del dolore,
Siamo più forti noi che abbiamo scelto di lottare,
Siamo più forti noi che abbiamo voglia di cambiare,
Siamo più forti noi
di ogni maledetta tentazione…
Quando si entra nel tunnel della droga
chiedere aiuto non è un segno di debolezza ,
ma è l’unica via di salvezza!”.
Giovanna La Rosa
















